Vito Distante
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Zebre di Vito Distante

Maria Luigia Argentiero - Architetto, Docente di Storia dell'arte


C’è nella pittura recente di Vito Distante un affinamento progressivo, una nuova indagine sui temi già sondati, una riflessione personale sulla realtà oggettiva che attraverso la struttura compositiva, il taglio visivo, il tono cromatico trasforma il dato reale, accuratamente selezionato, in un’icona iper-reale.

Si riconosce la scelta selettiva di una realtà volta a privilegiare i soggetti che fanno vibrare le corde profonde di un naturalismo che isola, all’interno della molteplicità della fauna africana, la tipicità e la singolarità delle Zebre, con lo spiccato dualismo cromatico del manto in cui il bianco, il nero e le righe interagiscono tra loro con una reciprocità che va a relazionarsi in modo forte e dialettico con la vibrazione cromatica del fondo, con i toni abbacinati dei gialli che suggeriscono il sole e le dune; dei blu che simulano l’acqua dei grandi fiumi tutti suggeriti, più che rappresentati, da quei colori che travalicano il piano della tela ripiegando sui lati, sui bordi spessi, quasi a mimare gli sconfinati orizzonti del continente africano, ma con l’intento di eliminare il limite piano della superficie della tela, rendendola plastica e profonda e traslando il significato del fondo in una dimensione anch’essa surreale.

Ed altrettanto profonde, materiche, turgide sono le Zebre dai musi bruni, o le Donne-Zebre dagli occhi tristi, quasi a testimoniare in quella loro essenza e natura iper-reale la certezza di essere trasmigrate in una dimensione assoluta, lontana anni luce dalla savana africana o dall’intimità di una stanza, e proiettata con la forza del colore nella dimensione onirica di un sogno senza tempo.

E nella stessa dimensione metafisica ed iper-reale, cromaticamente smagliante e convincente si muovono le riflessioni di Vito Distante sui temi della maternità che viene indagata nella sua dimensione etnica ed assoluta o sulle tematiche drammaticamente attuali della emigrazione che in “no man - no land” o ne “le donne dell’est” coglie gli spunti della cronaca trasfigurandoli in una lettura personale ed amara che coinvolge emotivamente conducendo verso una condivisione della sua visione poetica con le stesse modalità con le quali ci conduce nel cuore dell’emergenza rifiuti stigmatizzando la nostra insipienza con l’analisi ravvicinata dei cumuli di spazzatura.

Ed è vera poesia la lettura ravvicinata di soggetti come “ID nukak” o “Che hai per la testa” che gli consentono di indagare pensieri profondi, interrogativi irrisolti, sentimenti inespressi, legami ancestrali che si rivelano in una composizione rigorosa e ordinata o in una stratificazione di tracciati che emergono confusi dalla complessità della mente.

La ricerca di Vito Distante è continua, sapiente, consapevole, si compiace del colore e della forma ma le usa con la magistrale capacità di suggerire un mondo reale riletto attraverso la lente dell’iper-realismo magico, la magia del colore, del segno, dell’arte di raccontare il mondo con l’occhio sensibile e severo di un poeta del nostro tempo.

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